Uccidere l’Idra di Lerna: il nocciolo, la superficie e la promessa di Occupy Gezi

  • The text below is the translation of my article on the Occupy Gezi, recently published in the Turkish Review, into Italian by Federica Remondino.

L’esplosione dei fatti di Gezi è stato un trauma inatteso per tutti gli attori della politica turca. L’autostima del partito di governo AK era al massimo dopo oltre un decennio di potere politico senza precedenti e la resistenza locale alle sue politiche di trasformazione urbana in senso neoliberista  era rimasta praticamente invisibile sui mezzi di comunicazione. Tuttavia, è stata proprio questa resistenza a costituire il cuore di Occupy Gezi, scatenando in tutto il paese una serie di proteste a catena contro il governo.

Istanbul è una città ideale per studiare le politiche governative di trasformazione urbana in senso neo-liberista. Questo resoconto si riferisce alle sollevazioni di Gezi  che hanno preso inizio nella città, partendo da un’esplorazione delle politiche governative del cemento attraverso il concetto di folio-cities (città fatte in serie), anticittà e non-spazi. L’autore successivamente indaga sulle dinamiche  che hanno fatto sì che  una resistenza ordinaria, a carattere locale e isolata, contro la distruzione di Gezi Park, si trasformasse in una straordinaria protesta che ha coinvolto l’intero paese. Basandosi su colloqui approfonditi con  i  contestatori, si analizza la struttura politica eterogenea di”Occupy Gezi”, mettendo a nudo le motivazioni politiche, le richieste e le posizioni venute a galla con la protesta. Infine, si conclude che solidarietà, rispetto ed empatia,  – i valori fondamentali  che hanno caratterizzato Gezi Park e quanto ne è seguito, le “Assemblee del Parco” – possono rappresentare la sconfitta dell’Idra di Lerna del potere, le cui teste capaci di rigenerarsi simboleggiano la trasformazione spontanea da oppressi (mazlum) in  tiranni (zalim) quando il potere è detenuto e difeso saldamente.

Il nocciolo: resistenza alla trasformazione neoliberista urbana

Tra le discussioni più seguite in Turchia sulla questione kurda, la politica islamica o la crisi siriana, la resistenza sempre più popolare contro la trasformazione neoliberista urbana – una delle politiche su cui  più si è impegnato il governo del partito di Giustizia e Sviluppo (Partito AK) – è stata più o meno ignorata dai media. Nonostante ciò, queste politiche hanno portato ad una considerevole trasformazione degli spazi urbani in linea con la logica neoliberista, in modo particolarmente emblematico ed esteso ad Istanbul. Questa trasformazione urbana era già iniziata negli anni ’80 con l’ascesa globale delle politiche economiche neoliberiste: a partire da allora, anche gli organismi di governo locale delle città, che dovrebbero avere il compito di fornire i servizi pubblici, hanno preso a seguire le logiche di profitto del mercato. In conseguenza della politica statale di promozione del fenomeno  conosciuto come imprenditoria urbana, il valore d’uso delle città è passato in subordine a favore del loro valore di scambio. [1] Il governo del partito AK ha accelerato questo processo con la repressione della resistenza emergente contro le politiche neoliberiste di rinnovamento urbano, fondate sulla sua forza politica e sul mandato popolare.

La trasformazione urbana neoliberista si può definire come acquisizione di profitto e potere grazie alla trasformazione e la regolamentazione dello spazio urbano attraverso la cooperazione tra capitale e governo. Ci sono almeno due conseguenze concrete di questa radicale trasformazione in chiave neoliberista, che si stanno rendendo visibili nel caso di Istanbul. La prima conseguenza è la suddivisione della città come iperspazio in sotto-spazi di classe e identità, separate le une dalle altre da linee nette. La seconda è l’emergere di piazze, centri direzionali e ipermercati di grande superficie in ogni angolo della città, il che finisce per  trasformarli in non-spazi.  (non-lieu[2])

Nel primo esempio, i quartieri protetti da cancelli, caratterizzati da un perimetro chiuso da muri e staccionate, ingressi controllati strettamente e dotati al loro interno di servizi riservati ai residenti, sono separati dal resto della città, fornendo spazi di vita autosufficienti, immunizzati e sicurizzati, proprio come nella Garden City in Oman, nella Dream City in Arbil e a New Cairo e New Luxor in Egitto [3]. Lo scopo è garantire alla classe media libertà di consumo politico, economico e culturale, isolandola in spazi prefabbricati in cui la povertà urbana è invisibile. Le folio-cities (città fatte in serie) di “İstanbul residences” o “Ottoman mansions” costituiscono un settore globale che trova la sua espressione dell’estensione di un intero paese a Dubai, e di fatto spaccia stili di vita artificiali, trasformando le città in spazi per stili di vita “fast”. [4]

Le classi medie, ingabbiate in comunità dietro i cancelli che circondano la città e i suoi veri residenti (“Turchi bianchi”), fa riferimento alla povertà urbana con termini spregiativi – çingene (zingaro), kıro (gentaglia), köylü (bifolco), apaçi (cafone), [5] etc.- indicando i loro quartieri come anti-città, ed escludendole dai centri urbani. Diversi quartieri, come  Ayazma, Sulukule e Tarlabaşı, che per anni hanno ospitato i poveri della città nel cuore di Istanbul, vengono distrutti nel quadro di una politica di rinnovamento urbano. I loro residenti sono costretti all’emigrazione forzata verso le estreme periferie della città. Come accade a Parigi o a Roma, dove i visitatori sono ospitati nel centro di una città che ricorda una lussuoso salotto buono, lo scopo è quello di rendere invisibile la povertà urbana.

La seconda conseguenza è la creazione di un non-spazio. Questo fa riferimento alla relazione artificiale e predefinita tra lo spazio e la persona, e alla trasformazione dei residenti urbani in macchine da produzione e consumo, senza alcun senso di appartenenza alle loro città. Effettivamente, secondo un’indagine condotta nel 2001, un 44.7% della popolazione di Istanbul non sentiva di “essere di” Istanbul e l’11.4% di quanti vi erano  residenti non avrebbe voluto esserlo. [6] Di questi dati colpisce la misura dell’alienazione  e la perdita di senso di appartenenza alla cultura della città.

Nei fatti è emersa l’opposizione a progetti specifici della trasformazione neoliberista urbana. Tuttavia, la mancanza di interesse da parte dei media nei confronti di questa resistenza faceva il paio con la sua natura generalmente disorganizzata, localista e sconnessa. Anche la recente ondata di resistenza contro la distruzione di spazi pubblici di valore simbolico (İnci patisserie) e storico (Emek Cinema) da parte di intellettuali, architetti, studenti e artisti della classe media è rimasta un episodio isolato a  Beyoğlu, privo della capacità di ricollegarsi al malcontento generale verso la trasformazione urbana neoliberista.

Veniamo a Gezi Park. Tutti si aspettavano lo stesso esito, comprese le poche dozzine di persone che protestavano cercando di salvare il parco dalla sua destinazione  a centro commerciale. Invece, quando la polizia ha attaccato i dimostranti con spray urticante e manganelli, è successo quello che nessuno si aspettava: a migliaia si sono radunati al parco in segno di solidarietà. In questo modo, questa piccola dimostrazione per “una manciata di alberi” si è rapidamente trasformata in una protesta antigovernativa  di portata nazionale.

La superficie: resistenza all’autoritarismo eletto democraticamente

Quando, all’inizio di giugno, la polizia èstata costretta a lasciare Piazza  Taksim, l’autore e un suo collega hanno realizzato approfondite interviste con 200 manifestanti a Gezi Park. [7] Alla domanda su che cosa avesse indotto gli intervistati a partecipare ad Occupy Gezi, solo una piccola percentuale delle risposte faceva riferimento alla distruzione del Gezi Park. In effetti, la maggioranza di quanti indicavano la distruzione degli alberi del parco come la loro motivazione principale, che rappresentava quanti avevano anche preso parte attiva ai primi giorni della protesta, costituiva il piccolo nucleo da cui si era sviluppato il movimento originario. Tra le motivazioni per la partecipazione di queste persone alla protesta, due risposte prevalevano nettamente sulle altre: la brutalità della polizia e il linguaggio peggiorativo del primo ministro – che si era espresso con i termini çapulcu (teppisti), marjinal (emarginati) and ayyaş (ubriachi) nei confronti dei dimostranti. Se ne può dedurre che, se la polizia non fosse intervenuta contro la protesta iniziale, pacifica, con tanta brutalità, e se il primo ministro avesse adottato da subito un linguaggio più inclusivo e conciliante, Gezi Park non sarebbe diventata la causa scatenante dell’occupazione di Piazza Taksim e della protesta di estensione nazionale che ne è seguita.

Al  di là delle teorie cospirazioniste del governo, che ne mostrano semplicemente il rifiuto di assumersi qualunque responsabilità nelle proteste, e men che meno di fare autocritica, diversi autori ed accademici hanno sostenuto che gli attori principali di Occupy Gezi erano motivati da un’ideologia reazionaria più che da preoccupazioni ambientaliste. Questi argomenti si fondano principalmente sulla distinzione cara al governo tra il nocciolo e la superficie della protesta, tra gruppi  buoni (ambientalisti) e cattivi (ideologici, emarginati). Ora, correlando le risposte fornite alle varie domande , se ne deduce che gli elementi ulusalcı (Kemalisti-nationalisti), così come certe organizzazioni della sinistra radicale, costituiscono solo una piccola percentuale della protesta di Gezi Park, senza contare che questi e molti altri gruppi sociali di minor visibilità – come gli ecologisti locali, i gruppi LBGT, i musulmani anticapitalisti – hanno trovato qui uno spazio pubblico libero in cui esprimere il loro malcontento.

Si può obiettare a ragione che i dati raccolti a Gezi Park hanno una scarsa rappresentatività rispetto alle proteste diffuse sull’intero territorio nazionale. Certamente Gezi Park, inteso come spazio pubblico, e il carattere sociale, culturale e politico dei suoi elementi costitutivi sono diversi dalle protete delle altre zone della Turchia e persino di Istanbul. Le proteste di via  Bağdat sulla sponda asiatica di Istanbul, ad esempio, erano principalmente ispirate e seguite da elementi  ulusalcı. Ciò non di meno, tutto è iniziato a Gezi Park, per mezzo del quale Taksim si è riproposto come centro di Istanbul, e questa a sua volta come capitale reale della Turchia. Lo spirito di Gezi Park è ancora vivo nelle Assemble del Parco che vanno costituendosi ad Istanbul. I dati rimanenti mostrano perchè e come questo spirito sia un fenomeno totalmente nuovo nella consuetudine politica della Turchia.

Tra coloro che non sono stati coinvolti nella protesta dei primi giorni, e che formano la maggioranza dei dimostranti, una piccola percentuale degli intervistati ha risposto alla domanda sulle motivazioni con l’intenzione di “rovesciare il governo”. Queste persone sono spinte soprattutto da questioni ideologiche. Alle domande “Perchè sei qui?” e “Che cosa chiedi?”, lo spirito anti governativo è predominante, come è facile aspettarsi. Le motivazioni ideologiche tra queste risposte si possono differenziare facilmente sulla base di riferimenti ad alcuni concetti base (ad esempio, l’inviolabilità dei principi del fondatore della Turchia, Mustafa Kemal Atatürk). Anche queste sono una piccola percentuale delle richieste generali di Occupy Gezi. A questo proposito,  Nilüfer Göle ha osservato giustamente: “ Pur essendo un movimento prevalentemente laico, non comprende il vecchio laicismo di stato e l’animosità contro l’Islam.” [8]

La risposta degli intervistati alla domanda “C’è qualche organizzazione politica, striscione o slogan a Gezi Park che ti mette a disagio?” fa luce sul vero spirito di Occupy Gezi; infatti le risposte principali sono state:

  • I manifesti di Öcalan (PKK) – 18%
  • Niente (libertà, tolleranza, rispetto) – 28%
  • “Siamo soldati di Mustafa Kemal”, slogan nazionalisti e militaristi, troppe bandiere turche – 19%
  • Tutto (“Questo è apolitico”) – 18%
  • Slogan sessisti e omofobi; imprecazioni – 10%
  • Qualcosa (non specificato) – 7%

Questa varietà di risposte sottolinea la natura eterogenea della protesta di Gezi Park. Mentre il 18% dei dimostranti hanno trovato imbarazzante vedere in Piazza Taksim i poster con il ritratto di Abdullah  Öcalan, leader del Partito Kurdo dei Lavoratori (PKK), attualmente detenuto, un altro 19% era a disagio per gli slogan nazionalisti e militaristi che venivano scanditi, in particolare “Siamo soldati di Mustafa Kemal”, con riferimento ad   Atatürk. È anche significativo che il 10% dei partecipanti alla protesta si siano espressi negativamente sugli slogan di natura sessista e omofoba e sulle imprecazioni. Al contempo, la maggioranza, il 28%, dichiaravano di non essere a disagio a proposito di nessuna espressione politica, ribadendo che Gezi Park era e doveva essere uno spazio publico di libertà, tolleranza e rispetto. Al contrario, un 18% di manifestanti trovavano inappropriati tutti gli striscioni e gli slogan di natura politica, sostenendo che Occupy Gezi deve essere apolitico. Quest’ultima percentuale rappresenta soprattutto i giovani nati negli anni ’90, che costituiscono la cosiddetta “generazione bianca” di Occupy Gezi. Il loro rifiuto della politica è nei fatti una critica della consueta politica partitica della Turchia e contiene il germe di una nuova concezione della pratica politica.

Le risposte alle domande “perchè sei qui?” e “che cosa chiedi?” riflettono soprattutto lo spirito anti governativo di Occupy Gezi. In mancanza di canali democratici ordinari di espressione della contrarietà e dell’opposizione al governo, ogni sorta di richieste di opposizione – a partire dalle politiche passate del governo del partito AK, come le questioni di Reyhanlı, Roboski, il terzo ponte sul Bosforo, l’energia nucleare, fino all’autoritarismo crescente e ai diritti e alle libertà individuali, come nelle questioni sull’aborto o sugli alcolici – viene espressa qui, trasformando Gezi Park in una piattaforma di opposizione pluralista.

In linea con i risultati del sondaggio  KONDA su Occupy Gezi [9], una larga maggioranza di dissidenti non aderiscono e non si sentono rappresentati da nessun partito politico. In questo modo, i fatti di Gezi hanno dimostrato che l’opposizione parlamentare (a sua volta risultante dallo sbarramento al 10% della legge elettorale turca) non riesce a rappresentare tutti gli individui e i gruppi sociali che rifiutano il partito AK, il cui blocco egemonico si è rinnovato con i passi intrapresi recentemente verso la risoluzione della questione Kurda.

La promessa: un nuovo concetto di politica e il potere di uccidere l’Idra di Lerna

Invece di negare una sollevazione così massiccia, tacciandola di cospirazione internazionale contro la crescente potenza turca, o sminuendola a mera rivisitazione delle vecchie manifestazioni laiciste repubblicane del 2007, Occupy Gezi andrebbe vista, al livello più basilare di analisi, come una critica popolare verso l’attuale regime semi-democratico vigente in Turchia. Un gruppo costituito spontaneamente dalle classi medie laiche , che si sentono alienate dal blocco egemonico ricostituito dal governo de partito AK. [10]

Tuttavia, questo livello di analisi elementare è di per sè carente, nel momento in cui definisce Occupy Gezi solo attraverso ciò che esso rifiuta; come movimento essenzialmente contro anzichè per o a favore di qualcosa. In effetti, Occupy Gezi si è andato trasformando , prima con Gezi Park e poi con le Assemblee del Parco, in qualcosa di più che un’esplosione di risentimento accumulato contro l’attuale semi-democrazia turca. Nel suo significato positivo, è un atto nuovo, collettivo e spontaneo, volto a ri-concettualizzare politica e potere con la pratica della libertà negli spazi pubblici. Questa riconcettualizzazione   comprende sia una critica distruttiva delle concezioni convenzionali di politica e potere, sia una promessa creativa per la loro potenziale riformulazione attraverso la pratica. Occupy Gezi è, sotto questo aspetto, un fenomeno Arendtiano per eccellenza.

Nel suo “Che cos è la Libertà?”,   Hannah Arendt sostiene che la filosofia si interessa del problema della libertà solo quando questa è già persa e non è più una realtà tangibile. [11] La filosofia occidentale, a partire da Platone, era in origine contaria al sistema politico della polis greca, in quel momento già in declino, che rappresentava la quintessenza della libertà. [12] Arendt equipara il significato originario dela libertà in quanto ragion d’essere della politica con l’azione che si può raggiungere in pratica solo praticandola, e che può praticarsi solo in compagnia di sodali in uno spazio pubblico politicamente garantito. [13] Con la perdita della libertà politica come realtà tangibile, la filosofia  ne  ha sviluppato una concezione metafisica nel campo interiore delle relazioni dell’individuo con se stesso. In questa deduzione filosofica, la libertà si trasforma in libera volontà, la libera volontà in volontà di potenza e la volontà di potenza in volontà di opprimere. In questo modo, il “potere di” di una comunità che si esercita in uno spazio pubblico libero si trasforma in potere di un individo/gruppo/comunità su altri. Questo richiama il mostro mitologico dell’Idra di Lerna.[14]

Secondo la mitologia greca, Ercole, nella seconda delle dodici fatiche, combattè l’Idra di Lerna, un antico mostro ctonio simile ad un serpente d’acqua che possedeva molte teste e aveva fiato e sangue velenosi. Ognivolta  Ercole attaccava il mostro e ne tagliava una delle teste, due nuove teste ricrescevano al suo posto. Proprio come l’Idra di Lerna, il “potere su” reagisce all’opposizione contro di sè in modo botanico, cioè moltiplicandosi quando viene sconfitto. Il successo del governo del partito AK in Turchia risiede nel garantirsi, attraverso le elezioni, il sostegno popolare nella sua bataglia contro i centri di potere tradizionali, l’élite burocratica civile e militare Kemalista. Il suo fallimento, che ha portato a Occupy Gezi, è consistito nel gestire il potere esattamente come lo avevano fatto i suoi predecessori, come “potere su”.  Sottomettere la bestia e rompere il circolo vizioso del “potere su” – cioè l’Idra di Lerna, il cui potere di rigenerare le teste simboleggia la trasformazione spontanea dell’oppresso   (mazlum) in tiranno (zalim) appena il potere è sicuro e consolidato – si può ottenere attraverso lo spirito di Gezi Park, lo spirito di liberi spazi pubblici di solidarietà, rispetto ed empatia in cui le persone praticano il “potere di” come comunità politica. Qui è contenuto il seme di una società veramente democratica, pluralista e autogovernata.

Reference: Özcan, Ahmet (2013). “Killing the Lernaean Hydra: the core, crust and promise of Occupy Gezi”, Turkish Review, Vol. 3, Issue 4, July-August, pp. 396-400.

Gustave Moreau - Beast of Revelation
Gustave Moreau – Beast of Revelation

[1] Per un resoconto dettagliato della storia dell’urbanizzazione in Turchia attraverso la dicotomia valore d’uso – valore di scambio, si veda: Şengül, H. Tarık, Kentsel Çelişki ve Siyaset: Kapitalist Kentleşme Süreçleri üzerine Yazılar, İstanbul: Dünya Yerel Yönetim ve Demokrasi Akademisi, 2001.

[2] Per il concetto di non luogo (non-lieu), inventato dall’antropologo francese Marc Augé, si veda: Tülin Vural Arslan, “Yok Mekanlar ve Kimliksizlik: Alışveriş Merkezleri Örneğinde Yok – (Çok) – Mekan Olgusu”, Mimarlık, Sayı 347, 2010.

[3]Hamit Bozarslan, Ortadoğu’nun Siyasal Sosyolojisi, Melike Işık Durmaz (trans.), Istanbul: Iletişim Yay., 2011, p. 112.

[4] Per il concetto di folio-city e anti-città, si veda: “Kent / Anti-Kent Senaryoları”, mimarist, Sayı: 29, 2008, p. 43 – 49.

[5] Si noti che il termine  kıro è una parola curda che in origine significava “giovane maschio”. Per uno spostamento semantico in chiave razzista, il termine è stato usato come la controparte della parola maganda (gentaglia). Per il contenuto discriminatorio di tutti questi concetti in termini sia di classe che di identità, si veda: ayrimcisozluk.blogspot.com

[6] S. Bilal Nur (cord.) (2001), İstanbullu Olma Bilinci Araştırması, İstanbul: İstanbul Büyükşehir Belediyesi ve GENAR Sosyal Doku Projesi, 2001, p. 84.

[7] Poichè l’analisi dei dati è tutt’ora in corso, questo report non contiene tutti i risultati delle interviste, che saranno pubblicati al più presto in un altro articolo su Occupy Gezi. Vorrei ringraziare la mia collega Sophie Menasse dell’Università Boğaziçi che mi ha autorizzato a condividere parte dei risultati in questo articolo.

[8]  Nilüfer Göle, “The Gezi Occupation: For a Democracy of Public Spaces”, openDemocracy, accessed on June 26, 2013, opendemocracy.net

[9] Si veda: konda.com.tr

[10] Si veda: Cihan Tuğal, “Occupy Gezi: The Limits of Turkey’s Neo-Liberal Success”, Jadaliyya, accessed on June 25, 2013, jadaliyya.com

[11]  Hannah Arendt, Between Past and Future, New York: Penguin Books, 1993, p. 163. Per la mia conoscenza del pensiero politico della Arendt, sono più che in debito con i corsi di teoria politica di  Zeynep Çağlayan Gambetti dell’Univerità Boğaziçi.

[12] Ibid, p. 157.

[13] Ibid.

[14] Per l’analogia tra l’Idra di Lerna della mitologia greca e la ricerca del potere da parte del potere, vorrei ringraziare Stavriani Zervakakou.

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